di Giada Di Reda
docente di Letteratura religiosa e di Filosofia Teoretica II presso ISSRM “San Giovanni Paolo II” di Taranto
Ripartire dalle parole per costruire una cultura della pace, attraverso una comunicazione fatta di parole ‘disarmate’, dialogo e ascolto. Raccontare la verità, per essere uomini liberi e difendere “la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere”.
Mettere da parte, attraverso la comunicazione, ogni aggressività, competizione, per continuare a cercare umilmente e con amore, la pace.
Questo il messaggio del santo padre Leone XIV, in occasione del primo incontro con gli operatori della comunicazione che si è svolto nella mattinata di lunedì 12 maggio, nell’Aula “Paolo VI” in Vaticano.
Il discorso, rivolto a circa tremila operatori provenienti da tutto il mondo, è un invito a promuovere una comunicazione diversa, che non smetta di essere animata dalla consapevolezza del senso di responsabilità di cui ogni giornalista è investito e per cui è chiamato ad agire al servizio della verità e della pace.
“Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9). È dal Discorso della montagna che il Papa parte, attraverso una riflessione sulle beatitudini, per introdurre il suo messaggio.
“Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla. La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.
E ancora, il Santo Padre ribadisce la solidarietà nei riguardi di tutti i giornalisti che in questo momento storico, sono incarcerati e continuano a pagare la sola colpa di aver difeso il diritto di tutti i popoli a conoscere la verità; le parole del pontefice per ricordare “il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere”, risuonano come un eco, una riflessione che mette in luce il rapporto tra informazione e libertà, insieme alle sfide a cui gli operatori della comunicazione vanno incontro per difendere quest’ultima.
“Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla “torre di Babele” in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto”.
E ancora, fondamentale il richiamo alle nuove sfide dell’intelligenza artificiale, e ai risvolti etici ad essa correlati: “E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.
Responsabilità la cui urgenza è stata sottolineata anche nel primo discorso ai cardinali, in cui, condividendo le motivazioni alla base della scelta del suo nome da pontefice, ha ribadito il legame tra quest’ultima e la grande rivoluzione a cui oggi la Chiesa è chiamata a rispondere, ovvero quella legata agli sviluppi dell’intelligenza artificiale.
Cultura e dialogo, parole e costruzione della realtà. Sul rapporto tra queste ultime si potrebbe ricordare il pensiero di Don Milani che considerava la parola come un mezzo potente per raggiungere la dignità e l’uguaglianza, essenziale per raggiungere la giustizia sociale e difendersi dai potenti; come mezzo di emancipazione e inclusione; un’arma per combattere l’ignoranza e la manipolazione, permettendo a tutti gli individui di rivendicare i propri diritti ed essere parte integrante della società.
Il discorso del Papa, termina con un richiamo a Francesco e al suo messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce. Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana”.
Un discorso, quello di papa Leone XIV, carico di emozioni e significati. In un tempo segnato da conflitti e divisioni, caratterizzato dall’urgenza della pace, il richiamo alla responsabilità della comunicazione, all’attenzione e alla cura nella scelta delle parole, diventa essenziale. È essenziale un linguaggio in grado di costruire ponti e abbattere muri, da attuare a partire dalla vita di tutti i giorni, fino a giungere alle più estese forme di comunicazione.






