Si riporta di seguito il testo integrale dell’omelia tenuta dal vescovo Vincenzo nella Messa Crismale celebrata oggi, Giovedì Santo – 2 aprile 2026, nella Basilica Cattedrale dell’Assunta di Oria.
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La Messa Crismale, con la solenne liturgia di consacrazione del crisma e di benedizione degli altri oli, conclude il cammino penitenziale della Quaresima e ci prepara in un modo del tutto particolare ad iniziare questa sera, con la Messa in Cœna Domini, il sacro triduo pasquale, quell’unica celebrazione che ci porterà alla veglia santa della resurrezione del Signore Gesù Cristo. Sia Egli benedetto.
Il nome di questa solenne liturgia tra origine dal crisma, l’olio profumato che, sin dalla notte dei tempi, unge, consacrandoli, i re, i Sacerdoti e i profeti. Già dal nome si comprende che l’elemento caratterizzante è l’unzione, atto necessario perché l’unto sia ripieno dello Spirito di Dio, il Solo che può abilitare a compiere azioni divine. Nel Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi, Gesù, nella sinagoga di Nazareth, richiamando il testo di Isaia che oggi è stato proclamato come prima lettura, applica a sé quella parola di speranza che il profeta era stato chiamato ad annunciare al popolo d’Israele: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18a).
Nell’orazione colletta di questa santa liturgia, abbiamo così pregato: “O Padre, che hai consacrato il tuo unigenito Figlio con l’unzione dello Spirito Santo e lo hai costituito Messia e Signore”. È evidente, ed è detto in modo chiaro che l’Unto originario e fondamentale è Gesù Cristo, sul Quale il Padre ha fatto discendere lo Spirito Santo nel Battesimo al fiume Giordano. Ci istruisce il Vangelo: “Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»” (Lc 3, 21-22). E sarà proprio lo Spirito Santo, l’unzione divina, a guidare costantemente il nostro Maestro e Redentore nella sua missione di evangelizzazione e di redenzione, sino al dono della sua vita.
Per tutti coloro che sono rinati dall’acqua e dallo Spirito, la prima unzione avviene durante il rito del Battesimo. Quell’unzione di Spirito Santo ci costituisce figli adottivi di Dio e ci abilita a vivere la vita divina che ci è donata. Grazie a quell’unzione possiamo sentire rivolte a noi le parole che il Padre ha detto a Gesù: «Tu sei il figlio mio, l’amato».
Ebbene sì, siamo figli amati dal Padre e questa è la nostra grande dignità. E la paternità di Dio la possiamo sperimentare concretamente e fattivamente nella disponibilità piena e totale che i Sacerdoti danno di se stessi. Cari fratelli Sacerdoti, siamo padri nello spirito dei nostri fedeli e siamo immagine della paternità di Dio. Attraverso il nostro ministero i fedeli potranno percepire la paternità misericordiosa di Dio. Forse potremmo sentire l’assenza della paternità biologica ma, donandoci, vivremo sicuramente quella spirituale. D’altra parte non si è padri perché si genera, tuttalpiù si è genitore, ma perché si cammina accanto a chi ci è affidato per farlo crescere e giungere alla maturità. Cari fratelli Laici, cercate sempre nei Sacerdoti la paternità di Dio e sosteneteli in questa missione perché non si lascino sedurre dall’idea di non sentirsi padri perché non hanno generato biologicamente figli.
Rivivere nella liturgia odierna, della mattina del giovedì santo, la benedizione dell’olio dei catecumeni, che ci ha dato la forza divina nella lotta contro il male, la benedizione dell’olio degli infermi, che come medicina di Dio ci consola nella sofferenza e ci rimanda alla guarigione definitiva della resurrezione, e la consacrazione del crisma, che ci ha unti figli del Padre, deve risvegliare in noi il senso di gratitudine per quanto la benevolenza di Dio ha operato in noi e per noi.
Ma il crisma è posto ancora una volta sul capo di chi è divenuto figlio di Dio durante la celebrazione del sacramento della Confermazione: quell’unzione, quel dono dello Spirito Santo ci abilita alla testimonianza di fede di fronte al mondo. Quell’unzione ci rende capaci di gridare al mondo la nostra gioia di appartenere a Dio ed il nostro desiderio più profondo di vivere come Suoi figli amati. Ci rende capaci di donare la vita per amore di Dio, ci rende uomini e donne delle beatitudini.
Ecco, questo compie l’unzione dello Spirito ricevuta attraverso il segno del crisma! Unti nel Battesimo e nella Cresima, ricevuto lo Spirito Santo, con la Sua forza possiamo fare nostre le parole di Gesù nella sinagoga di Nazareth: “Oggi si è compiuta questa Scrittura” (Lc 4, 21), perché anche per tutti noi cristiani è vero che “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19). Perciò due atteggiamenti devono riaffiorare in noi: la gratitudine e la responsabilità. La gratitudine per ciò che, con l’unzione, il Signore ha fatto in noi; la responsabilità di non lasciarsi sopraffare dall’ignavia, dalla pigrizia, dall’indolenza, sottraendoci alla nostra missione.
Per chi è chiamato al sacerdozio ministeriale, poi, la liturgia odierna richiama l’unzione con il sacro crisma delle nostre mani. Chiediamoci: perché nel rito dell’ordinazione sacerdotale, dopo l’imposizione delle mani del Vescovo e del Presbiterio e la preghiera consacratoria, cioè dopo che è stato effuso lo Spirito Santo sull’ordinando, dopo che è stato dallo Spirito unto, vengono unte con il crisma le sue mani?
La liturgia ci dice che questo è un rito esplicativo, cioè che esplicita ciò che è già avvenuto. L’ordinato è oramai pieno di Spirito Santo, appunto è unto di Spirito Santo, ma la particolarità della crismazione del palmo delle sue mani indica che da quelle mani, che devono essere sempre profumate come il crisma, vengono i sacramenti della salvezza.
Cosa potrebbe fare un Sacerdote senza le mani? Pensiamoci con attenzione all’importanza delle nostre mani consacrate: dialogano, con il linguaggio dei segni, con Dio e con il popolo fedele; si elevano al Cielo, si congiungono in atto di preghiera, vengono lavate per ricordarci la necessità della continua purificazione; le imponiamo su ogni materia che dovrà essere consacrata, cioè diventare Dio o presenza di Dio.
Pensate che, durante le persecuzioni, l’oltraggio più grande che i persecutori possono fare ai Vescovi e ai Sacerdoti è quello di amputare le loro mani in modo che non possano più benedire, assolvere o consacrare. E spesso i fedeli, quando era possibile, raccoglievano e conservavano quelle mani come preziosissime reliquie proprio perché erano unte con il crisma e potevano benedire e consacrare. Senza le mani del Sacerdote, consacrate con il sacro crisma, non c’è alcuna consacrazione.
Siamo nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi e credo sia
importante ascoltare ciò che il Serafico Padre pensava in riferimento alle mani consacrate del Sacerdote: “Ecco, ogni giorno egli [il Signore nostro Gesù Cristo] si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del Sacerdote” (Ammonizione I, 16-21). E ancora, nella Lettera a tutto l’Ordine, così esulta nello spirito: “Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del Sacerdote, si rende presente Cristo, il Figlio del Dio vivo. O ammirabile altezza e degnazione stupenda! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!” (n. 26-27).
L’usanza del popolo santo di Dio, che bacia le mani consacrate dal crisma del
novello Sacerdote, ci dice la grande devozione e l’alta considerazione che i fedeli tributano alle nostre mani consacrate. Non è un atto di umiltà baciare la mano del Sacerdote, consacrata dal crisma, ma un atto di adorazione del mistero che quelle mani realizzano: baciando le nostre mani, i fedeli adorano lo Spirito Santo che, attraverso quelle mani, opera meraviglie sacramentali. Mi verrebbe quasi da dire che le nostre mani sono un sacramento vivente! È bello pensare che lo Spirito aleggia sulle nostre mani consacrate dal crisma e trasforma ciò che noi consacriamo. Che dono, le nostre mani consacrate. Che gioia considerare l’opera che Dio ha voluto fare in noi e, ancor di più, le opere che compie attraverso di noi! È Lui che benedice, è Lui che consacra, è Lui che solleva, è Lui che accarezza, è Lui che assolve! Ma attraverso le nostre mani consacrate! Ed io, vostro Vescovo, bacio, in questo momento e sempre, le vostre mani consacrate dal sacro crisma.
Ma anche, che grande responsabilità! Ci siamo mai chiesti cos’altro facciamo con le nostre mani? Ovviamente tutto ciò che è necessario alla vita quotidiana, e tutto, in qualche modo, viene a contatto con Dio attraverso le nostre mani. Ma le nostre mani possono anche compiere il male, Dio non voglia! Ogni azione peccaminosa compiuta dalle nostre mani consacrate è un sacrilegio! Può succedere che con le nostre mani, con lo smartphone o il computer, facciamo del male utilizzando linguaggi non ispirati all’amore; scandalizziamo i fedeli pubblicando nostre immagini che nulla hanno di sacerdotale; diffondiamo notizie che sarebbe opportuno tenere riservate; e tanto altro!
Con le nostre mani consacrate, con le quali Dio vuole dimostrare la Sua tenerezza verso chi soffre nel corpo e nello spirito, può succedere che usiamo violenza, che compiamo gesti immorali, che le puntiamo contro il prossimo, magari un nostro confratello, che sottraiamo ciò che non ci appartiene; insomma, con le nostre mani possiamo compiere gravi peccati e non averne nemmeno il rimorso e il desiderio di conversione. E ciò che è stato istituito per il bene, le nostre mani consacrate con il crisma, diventa un male peggiore! Indubbiamente le stesse cose le possono fare tutti e per tutti sono gravi, ma per il Sacerdote, che ha le mani consacrate dal crisma e che sono pervase dallo Spirito Santo, queste scelte assumono una gravità quasi impensabile, un sacrilegio! Sosteniamoci, amati fratelli, l’un l’altro, benedicendo Dio per il dono che ci ha fatto e sforzandoci di diventare ciò che le nostre mani, nella potenza dello Spirito Santo, realizzano sacramentalmente. Quando teniamo in mano il Santissimo Sacramento dell’Eucarestia, dopo la consacrazione, chiediamo al Signore che ci conceda di offrire, con le nostre mani, solo Lui e il Suo bene. ImploriamoLo che non ci faccia mai compiere gesti dissacratori con le nostre mani sante. E chiediamolo gli uni per gli altri.
Vorrei proporre alla vostra riflessione anche un altro aspetto del sacerdozio comune e del sacerdozio ministeriale. Nella lettera ai Galati, San Paolo, spiegando cosa è successo nel nostro Battesimo, utilizza l’immagine del vestito: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). I Padri della Chiesa ci spiegano che Dio ha assunto ciò che era nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo, divenire simili a Dio. E questa volontà salvifica di Dio la chiamano “sacrum commercium”, il “sacro commercio, sacro scambio”. Gesù ha indossato i nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo, la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie fino alla morte. E ha dato a noi i suoi “vestiti”. Questo è ciò che si compie nel Battesimo: rivestendoci di Cristo, riceviamo in dono i suoi vestiti, cioè entriamo in una comunione esistenziale con Lui, il suo e il nostro essere confluiscono insieme, si compenetrano a vicenda. Questa è l’offerta della salvezza, che deve essere accolta per essere efficace.
Ciò che è avvenuto nel Battesimo, viene riproposto, con una intensità più profonda nell’Ordinazione sacerdotale. Nel Battesimo abbiamo scambiato i vestiti, ci è stato dato un nuovo destino, una nuova comunione esistenziale con Cristo. Nell’Ordinazione avviene un nuovo scambio: il Sacerdote diviene “alter Christus” e agisce e parla “in persona Christi”. Nella celebrazione dei sacramenti noi non rappresentiamo noi stessi e non esprimiamo noi stessi, ma parliamo per conto dell’Altro, per conto di Cristo. Quando siamo stati chiamati a presentarci dinanzi al Vescovo per essere eletti al grado sacerdotale, abbiamo risposto “Eccomi”, cioè “Sono qui perché Dio possa disporre di me”. Sono a disposizione di Colui che “è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi” (2Cor 5, 15a). Siamo a disposizione di tutti e con Lui possiamo esserlo davvero. E per ricordarci che lo scambio, o meglio ancora, la compenetrazione tra noi e Cristo è reale e noi agiamo “in persona Christi”, la Chiesa ci ha dato nuove vesti, gli abiti liturgici. Non si tratta solo di un evento esteriore; anzi, l’abito sacerdotale, i paramenti sacri, vogliono rendere evidente ciò che è successo a livello interiore: siamo stati rivestiti dalla volontà e dalla capacità di donarsi da parte di Gesù; come Egli si è donato a noi, rivestendo i nostri abiti, così noi ci doniamo a Lui e in Lui agli altri, rivestendo i suoi abiti. Ma non come quelle immagini sacre che hanno un abito molto bello ma dentro vi è solo un’asta di legno che lo regge. Il nostro intimo deve uniformarsi all’abito che indossiamo durante la celebrazione. E questo fatto è avvenuto per la prima volta durante l’Ordinazione sacerdotale, ma si rinnova in ogni Santa Messa mediante il rivestirci dei paramenti liturgici. Quando indossiamo gli abiti sacri per una celebrazione, entriamo sempre di nuovo nel nostro “Eccomi” e nell’incarico che ci è stato affidato. A tutti deve apparire chiaro che noi non stiamo all’altare per noi stessi ma “in persona di un Altro”. Soprattutto per questo è necessario che i paramenti sacri siano dignitosi, non necessariamente lussuosi o eccentrici,
ma sicuramente dignitosi perché “vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). Non dimentichiamolo mai.
Desidero ricordare i Sacerdoti assenti per motivi di salute: don Michele Elia, don Battista Pezzarossa, don Angelo Principalli; sono uniti a noi con la preghiera e la sofferenza. Preghiamo anche per loro.
Un ricordo particolare rivolgiamo ai Sacerdoti che svolgono il proprio ministero fuori dalla nostra Diocesi: don Gianni Caliandro, don Emanuele Balestra, don Crocifisso Tanzarella e don Mino Serpentino. Grazie per il vostro servizio e per la vostra dedizione.
E adesso il ricordo degli anniversari: don Cosimo Taurisano è al suo primo rinnovo delle promesse sacerdotali; don Giuseppe Leucci festeggia il primo giubileo sacerdotale dei 25 anni di ordinazione; don Pietro Chirico, decano del Presbiterio, festeggia il 77° di ordinazione.
Sono felice di comunicarvi che in data odierna ho emanato il decreto di incardinazione nella nostra Diocesi di Oria di don Antonio De Pascalis. A lui facciamo gli auguri di un fecondo e lungo ministero pastorale nella nostra Chiesa diocesana.
E vi annuncio anche che, con l’aiuto di Dio, il prossimo 23 giugno, ordinerò Sacerdoti don Luciano Urso e don Christian Santoro. Vi chiedo una preghiera particolare per loro e per le vocazioni.
Mi rivolgo, infine a voi, miei cari Religiosi, Religiose e Laici, chiedendovi di invocare sempre e con abbondanza l’unzione dello Spirito Santo sui vostri Sacerdoti e sul vostro Vescovo perché possiamo essere immagine verace del buon Pastore e profumare la vostra esistenza con un ministero ricco di grazia. Amen.






