di Giada Di Reda
docente di Letteratura religiosa e di Filosofia Teoretica II presso ISSRM “San Giovanni Paolo II” di Taranto
La Magnifica humanitas, prima lettera enciclica promulgata da papa Leone XIV, successore di Pietro, è un documento che si presenta come un autentico dono del Santo Padre all’intera umanità. Dedicata alla custodia della persona umana e della sua autenticità nel tempo dell’intelligenza artificiale, l’enciclica si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa.
Un testo ricco di riferimenti ecclesiali, sociali, culturali e profondamente “umani”, lontani anni luce dall’escludere un’apertura al progresso tecnologico, purché accompagnato da un’attenta riflessione etica sulla persona. Non appare casuale che la lettera sia stata firmata il 15 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum novarum di Leone XIII, pontefice al quale Leone XIV guarda con particolare attenzione, come testimoniano sia il nome scelto sia i frequenti richiami presenti nel documento.
Il riferimento al suo “amato predecessore” non possiede soltanto un valore simbolico. Se Leone XIII ebbe a confrontarsi con le conseguenze della rivoluzione industriale e con la condizione di milioni di operai spesso privi di tutele, Leone XIV è chiamato oggi a misurarsi con una trasformazione altrettanto profonda, segnata dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dalla digitalizzazione e dalla crescente concentrazione del potere tecnologico. Cambiano gli scenari storici, ma resta immutata la preoccupazione per la dignità della persona umana e per la costruzione di una società capace di mettere il progresso al servizio dell’uomo e non viceversa.
In questo senso, la Magnifica Humanitas può essere letta come una riflessione sulla nuova questione sociale del XXI secolo. Le res novae non sono più quelle della fabbrica e della produzione industriale, bensì quelle generate dagli algoritmi, dai dati e dalle tecnologie intelligenti. Come la Rerum Novarum rappresentò una risposta alle sfide del suo tempo, così la nuova enciclica si propone di offrire criteri di discernimento davanti alle opportunità e ai rischi della rivoluzione digitale.
Ne emerge una lucida e coinvolta visione del mondo, capace di interrogare il presente senza smarrire lo sguardo sul futuro. Una riflessione che si sviluppa in un contesto segnato dalle sfide poste dalla tecnologia, dalle trasformazioni del lavoro, dalla concentrazione di nuovi poteri, dalla tentazione di eliminare il limite e la fragilità umana e dal riaffacciarsi di logiche che sembravano appartenere al passato, come quella della guerra giusta.
L’enciclica utilizza due immagini bibliche dal valore profondamente simbolico: Babele e Gerusalemme. Da una parte emerge il pericolo di una società caratterizzata dall’uniformità, dall’illusione dell’autosufficienza e da un progressivo smarrimento del senso autentico dell’umano; dall’altra si apre la possibilità di costruire una comunità fondata sul dialogo, sulla partecipazione e sulla collaborazione reciproca. È in questo orizzonte che Leone XIV richiama la cosiddetta “via di Neemia”, figura biblica del V secolo a.C. che promosse la ricostruzione delle mura di Gerusalemme coinvolgendo attivamente l’intero popolo. Un modello che il Pontefice ripropone come paradigma di corresponsabilità, ascolto e impegno condiviso nella ricerca del bene comune.
In tale prospettiva, l’intelligenza artificiale viene considerata uno strumento prezioso, chiamato a rimanere al servizio della persona, della pace e dello sviluppo integrale dell’uomo. La tecnologia, infatti, pur offrendo opportunità inedite, non può sostituire la coscienza, la libertà, la capacità di discernimento e l’attitudine alla relazione che contraddistinguono l’essere umano. Da qui l’insistenza del santo padre sulla necessità di accompagnare l’innovazione con una solida riflessione etica e con regole condivise, affinché il progresso tecnologico non alimenti nuove forme di esclusione, disuguaglianza o marginalizzazione, ma contribuisca realmente alla promozione della dignità di ogni persona.
Ad arricchire il documento, quasi a voler ribadire la ricchezza di un’umanità formata da uomini e donne di buona volontà, dotati non solo di intelletto ma anche di sensibilità e ricchezza d’animo, vi sono numerosi riferimenti culturali, filosofici e letterari. Persone, prima ancora che filosofi o letterati, che ci hanno trasmesso un’eredità culturale che si è protratta sino ai giorni nostri, trasformandosi in punti di riferimento, in grado di plasmare il pensiero, la coscienza e la sensibilità dell’uomo contemporaneo; un segno evidente che solo un’umanità “autenticamente umana”, dotata di coscienza, interiorità, capacità relazionale e ricerca di senso, può aspirare a generale qualcosa che è destinato a oltrepassare il tempo e a parlare ancora alle generazioni future.
Tra i riferimenti che vale la pena elencare, emergono Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, richiamati nella riflessione sul desiderio profondo dell’uomo, sul limite e sulla possibilità di trascendere sé stesso non attraverso la tecnica, ma mediante la relazione con Dio e con gli altri. Accanto a essi, trovano spazio anche riferimenti letterari, come J.R.R. Tolkien, citato nel richiamo alla responsabilità dell’uomo nel custodire il mondo e nel contrastare, attraverso i piccoli gesti quotidiani, ogni forma di disumanizzazione.
Coscienza, curiosità, alterità e discernimento: è questa l’essenza di quella magnifica umanità che tutti siamo chiamati a custodire con amore e responsabilità. Un richiamo che attraversa l’intera enciclica e che Leone XIV consegna all’uomo contemporaneo: abitare il futuro senza rinunciare a ciò che lo rende autenticamente umano, nella consapevolezza che nessun progresso può dirsi tale se perde di vista la dignità della persona.






